Fu anche Questione di Classe
Forse anche ispirati dallo splendido concorso d’eleganza di Villa D’Este tenutosi questo mese, o dalla recente conquista di 4 GP di F1 da parte del nostro connazionale Antonelli, abbiamo deciso di dedicare uno spazio a quello che a mio modesto parere è uno dei più nobili di tutti gli sport, ovvero l’automobilismo, ed i suoi storici, ed eroici protagonisti.
Parto innanzitutto col dire che ho sempre visto, nella maggior parte dei piloti, un forte sentimento di nobiltà e una classe innata, non tanto nelle loro mise quanto, piuttosto, nel vero significato di ciò che dovrebbe essere un gentiluomo: nobile d’animo, ricco di cultura e di passione e, soprattutto, elegante nei modi di fare e nell’affrontare la vita con dinamismo ed entusiasmo, pronto a spingersi al limite per puro piacere della conquista personale.
Vorrei perciò ripercorrere la storia dell’automobilismo in breve insieme a voi, soffermandoci su alcuni dei piloti che hanno segnato la storia di questo sport.

Tra i primi veri “gentlemen driver” del dopoguerra non si può non citare Stirling Moss, forse il più elegante di tutti, tanto nello stile di guida quanto nei modi. Inglese impeccabile, educazione quasi aristocratica e una raffinatezza naturale che lo rendeva amato anche dai rivali, Moss corse per scuderie leggendarie come Mercedes-Benz, Maserati e Lotus Cars. Celebre rimane il suo gesto al GP del Portogallo del 1958, quando difese sportivamente il rivale Mike Hawthorn davanti ai commissari, permettendogli di conservare punti decisivi per il mondiale che, ironia della sorte, Moss stesso perse per un solo punto. Un gesto di cavalleria che oggi appare quasi impensabile.

Poi vi fu Jackie Stewart, soprannominato “The Flying Scot”. Stewart incarnava l’uomo colto e sofisticato degli anni Sessanta: impeccabile nel vestire, misurato nei modi, lucidissimo nell’intelletto. Corse soprattutto per la storica Tyrrell Racing, conquistando tre titoli mondiali, ma il suo contributo più importante fu probabilmente quello legato alla sicurezza. In un’epoca in cui morire in pista era considerato quasi normale, Stewart ebbe il coraggio, da vero uomo di classe, di battersi per rendere questo sport meno crudele. Molti lo accusarono di voler “snaturare” il motorsport; oggi sappiamo che salvò decine di vite.

E parlando di uomini più grandi del proprio tempo, è impossibile non fermarsi su Tazio Nuvolari. Nuvolari non era aristocratico nei natali, ma lo era nello spirito. Piccolo di statura, apparentemente fragile, era in realtà un uomo di un coraggio quasi sovrumano. Corse per l’Alfa Romeo, per la Scuderia Ferrari delle origini e persino per Auto Union. Celebre resta la vittoria al Nürburgring del 1935, quando sconfisse le potentissime vetture tedesche davanti a centinaia di migliaia di spettatori del Reich. Enzo Ferrari stesso disse che Nuvolari fosse “il più grande pilota del passato, del presente e del futuro”. E forse aveva ragione.

Più vicino ai nostri tempi troviamo Ayrton Senna, figura quasi mistica dell’automobilismo moderno. Dietro alla sua velocità disumana vi era un uomo estremamente profondo, spirituale, introverso e sofisticato. Con la McLaren raggiunse l’apice della carriera, regalando al mondo duelli leggendari con Alain Prost. Senna possedeva quella rara eleganza che non nasce dall’apparenza, ma dall’intensità con cui si vive ogni istante. Celebre fu il suo gesto al GP del Belgio del 1992, quando fermò la propria vettura per soccorrere Erik Comas dopo un terribile incidente, rischiando personalmente la vita. Anche questo significa essere gentiluomini.

Diverso, ma ugualmente nobile nei modi, fu Niki Lauda. Austriaco, rigoroso, quasi glaciale all’apparenza, Lauda rappresentava il gentiluomo razionale: colto, metodico, diretto. Dopo gli inizi con BRM approdò alla Scuderia Ferrari, con cui vinse due mondiali entrando definitivamente nella leggenda. L’incidente del Nürburgring del 1976 avrebbe distrutto chiunque; lui, invece, tornò in macchina appena quaranta giorni dopo, con il volto ancora segnato dalle ustioni. Non vi era teatralità in Lauda, ma una dignità austera e quasi militare che lo rese immensamente rispettato da tutto il paddock.

E accanto a questi uomini straordinari vi erano poi figure altrettanto iconiche nei paddock, veri signori di un mondo oggi quasi scomparso. Luca Cordero di Montezemolo rappresentava perfettamente l’eleganza italiana: sempre impeccabile, colto, brillante, capace di muoversi tra industriali, piloti e aristocratici con naturalezza assoluta. La sua Ferrari non era soltanto una squadra corse, ma quasi una corte rinascimentale moderna.

E poi naturalmente l’Avvocato, Gianni Agnelli, figura che da sola basterebbe a definire un’epoca. Agnelli frequentava il paddock con lo stile di un principe contemporaneo: orologi sopra il polsino, cravatte perfette, modi disinvolti e quella rara capacità di apparire elegante senza mai sembrare artificiale. La sua presenza conferiva alla Formula 1 un’aura quasi cinematografica, fatta di lusso, cultura, rischio e fascino internazionale.
Forse è proprio questo che manca maggiormente oggi al motorsport moderno: quell’atmosfera romantica e aristocratica nella quale uomini colti, raffinati e coraggiosi sfidavano il destino non soltanto per vincere, ma per incarnare un ideale di grandezza personale. Un ideale che andava ben oltre il semplice sport.

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