Nello scorso mese abbiamo parlato dei coloranti denominati Naftoli. In quell’occasione si accennava a come i suddetti coloranti godessero, in generale, di una solidità ottima. Ecco, io immagino che, per chi non è un addetto del settore, la definizione di “solidità” risulti difficile da comprendere fino in fondo. Mi sembra quindi giunto il momento di fare un po’ di chiarezza.

In particolare, vorrei mettere in relazione quelle che sono le cosiddette “indicazioni d’uso e manutenzione” — che ogni capo d’abbigliamento dovrebbe riportare in un’etichetta dedicata — con il tipo di lavorazioni utilizzate per ottenere l’articolo stesso. Semplificando, possiamo dire che, oltre al tipo di coloranti/ausiliari, queste indicazioni nascono anche dal tipo di materiale utilizzato.
Infatti, è evidente che un capo in cachemire è notevolmente più delicato di un capo in cotone o lino: questi ultimi possono sopportare condizioni di lavaggio molto più severe rispetto al primo.
Diciamo che, nel primo caso, la discriminante è una proprietà intrinseca del materiale stesso, mentre nel secondo caso è data da più fattori.
A tal proposito, facciamo un esempio. Consideriamo di tingere un filato di cotone destinato alla maglieria. A questo punto ci chiederemo: quali sono i post-trattamenti che dovrà subire, in seguito, la maglia ottenuta? Nessun trattamento che possa andare a degradare la tintura stessa. Quindi, le classi di coloranti utilizzabili sono praticamente tutte quelle idonee per questo tipo di substrato.
La scelta sarà quindi di tipo economico: ad esempio, perché utilizzare coloranti resistenti all’ipoclorito (la candeggina per la massaia), quando né l’articolo finale né il semilavorato richiedono tale trattamento? Si tratta di coloranti che sono di per sé più costosi o con modalità di lavorazione più complesse, magari con una peggiore unitezza della tintura.
Consideriamo ora il caso in cui lo stesso filato di cotone dell’esempio precedente sia destinato alla tessitura per camiceria. Beh, in questo caso i post-trattamenti sono molteplici, e i coloranti da utilizzare dovranno essere in grado di sopportarli. A tal proposito, possiamo vedere nella tabella sottostante come si relazionano le varie classi di coloranti con questi ultimi. Ho volutamente inserito anche i Naftoli, benché non siano più in commercio.

Come si intuisce, a differenza del primo esempio, non tutte le classi di coloranti sono idonee. Infatti, sia il mercerizzo che le sbianche avvengono successivamente nei tessuti ottenuti dai filati precedentemente tinti, e sono tollerati soltanto dai coloranti al tino e, in generale, anche dai Naftoli (anche se con qualche limitazione in più). Questo esclude a priori tutte le altre classi di coloranti! “Sono tollerati” equivale a dire che hanno “solidità” elevate.
Ora, entrando nello specifico, le solidità — sia che siano di utilizzo (rivolte al consumatore finale), sia che siano di processo (rivolte ai nobilitatori a valle) — variano sempre su una scala di valori che va da 1 a 5, dove per 1 si intende che il colorante non è solido, e via via, fino ad arrivare a 5, si ha il massimo della solidità.

Ma come si arriva alla determinazione del valore di solidità? Dovremmo sottoporre una provetta del campione di tessuto di cui si vuole ottenere la specifica solidità, con opportuni macchinari, nelle condizioni standard, che logicamente variano per tipo di prova.
Salvo diversa disposizione si pone la provetta di tessuto da esaminare tra due tessuti bianchi (testimoni) delle stesse dimensioni della provetta stessa (10 x 4 cm.), il primo sarà della stessa fibra del campione da analizzare e il secondo sarà un multi fibre.
Per la valutazione finale delle prove si utilizzeranno le scale dei grigi che vanno da 1 a 5, avremo infatti due scale, con la prima mette a confronto il contrasto esistente tra la provetta trattata e il campione originale e si attribuisce come indice di degradazione il numero della copia di grigi di uguale contrasto (minore sarà la differenza più alto sarà il valore di solidità). Con la seconda scala si attribuisce l’indice di solidità relativo allo stingimento (più testimoni resteranno bianchi maggiore sarà il valore di solidità).
Per le prove di solidità alla luce, ma attenzione solo per questo tipo di solidità ci si avvale della scala dei blu che è costituita da una seria di 8 tessuti, questi vengono sottoposti alle prove insieme a una provetta del tessuto in esame (senza testimoni), in questo caso la valutazione porterà a un valore che va da 1 a 8 e come per le scale dei grigi valori più alti sono sinonimo di alte solidità.
Ora arrivati a questo punto dovrei parlare di come si valutano le differenze di colore per attribuire gli indici di solidità, ma mi metto nei panni del lettore che si approccia per la prima volta a questi argomenti, ho quindi deciso di dividere in due parti questo argomento che è tanto noioso quanto essenziale per comprendere al meglio le scelte da effettuare quando si nobilitano i tessili che indossiamo tutti i giorni…

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