Gianni Agnelli, Sergio Loro Piana, Luca Cordero di Montezemolo, Massimo Pirrone e Lino Ieluzzi sono solo alcuni dei grandi nomi dello stile italiano, baluardi nel mondo della sprezzatura all’italiana e del nostro stile sartoriale unico ed ammirato in tutto il globo.
Ad oggi possiamo assistere a un grande sviluppo della cultura sartoriale italiana, anche in Asia e nei paesi arabi più ricchi e sviluppati. Insomma, in tutto il mondo vanno matti per il nostro stile e vogliono imitare le nostre icone. Gli unici che, a quanto pare, non riescono proprio ad apprezzare il nostro stile siamo noi: i giovani italiani.
Ora, ci tengo a dire che sto generalizzando allo scopo di trattare un fenomeno dilagante, e che per fortuna in Italia abbiamo ancora qualche giovane (come me) che veste classico e si accultura a riguardo.
Stiamo vivendo un periodo storico in cui, tra i giovani — e a volte anche tra i meno giovani — spopola la moda del, come la chiamo io, “degrado”: una moda che promuove la mancanza di armonia e di cultura, importata direttamente dall’America. Già la sua paternità racchiude degrado sociale e decadimento culturale, poiché nata proprio tra i ghetti delle big city del Nord America.
Anzitutto tengo a dire che, spesso, la moda rispecchia i tempi che la società sta attraversando. Prendiamo, per esempio, i magnifici anni Ottanta e la stupenda moda yuppie (specchio del boom economico): si andava a rincorrere prodotti che rispecchiassero ricchezza — ma non solo monetaria, anche culturale — prodotti intrisi di qualità e tradizioni sartoriali.
Le icone da imitare erano personaggi di un certo valore sociale: non semplici arricchiti, ma personaggi colti, istruiti e di alto valore. Diametralmente opposti agli idoli imitati dai giovani di oggi: gente che parla di degrado, pseudo-gangster arricchitisi grazie al crimine o a musica che parla di droga, mafia e rapine.
Viviamo in una società in cui la mancanza di rispetto e l’ignoranza sono ormai la norma tra i giovani, spesso a causa di genitori assenti e meno duri di un tempo. Spesso, appunto, a causa delle mode e degli esempi che seguono, ci ritroviamo in mezzo a uomini che non mettono più la cravatta e che credono sia normale uscire di casa in tuta per andare al bar. Ci ritroviamo in mezzo a uomini che, per citare proprio Lino Ieluzzi, non si vestono ma si coprono solo perché non possono uscire nudi. Insomma, non so nemmeno se si possano chiamare uomini o se sarebbe più corretto dire ragazzini, ragazzini. Sì, perché un maschio di 23 anni dovrebbe essere un uomo, in teoria, ma a giudicare da come veste la maggior parte di loro, non si direbbe.
Quando parlo di mancanza di rispetto, intendo anche nel vestire, poiché io credo che il nostro abbigliamento sia il nostro biglietto da visita, e presentarsi a una cena, magari in un ristorante, senza giacca e cravatta (o smoking, se richiesto), sia una mancanza di rispetto verso il ristoratore e verso chi ci ha invitati.
Ora, ci tengo a dire che questi orridi stili dai dubbi gusti, come dicevo nel titolo, benché nascano dal medesimo contesto di degrado, si differenziano, e io li suddivido in tre categorie. Il primo è il Tamarro, vale a dire un arricchito che ha bisogno di far vedere a tutti che ha fatto i soldi. E si sa, i soldi non fanno né l’intelligenza né la cultura; perciò, in mancanza di esse, crea degli obbrobri costosissimi che mostra addosso a sé con spavalderia, come gli orrendi outfit di Philipp Plein, coperti di pacchiani gioielli in oro e diamanti.
Poi ci sono i Maranza, che possono essere poveri o arricchiti (spesso in maniera illecita), che vestono totalmente con abbigliamento sportivo pseudo-griffato e gioielli prepotenti (nel caso di quelli poveri, si tratta di materiale falso al 100%).
Infine, c’è lo Streetwear, che in pratica è come vestirsi da rapper degli anni ’90. Tutti e tre gli stili sono accomunati dall’essere i figli diretti dell’ignoranza.
Ed ora, cari maranza, tamarri ecc… non offendetevi leggendo il mio articolo, sempre che siate in grado di farlo.

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