Come ogni anno, due volte all’anno, Firenze si concede il lusso di diventare, per qualche giorno, una delle città più eleganti al mondo. Anzi, azzarderei qualcosa di più: in quei giorni Firenze non ospita semplicemente una fiera, ma diventa il punto d’incontro di un certo modo di intendere l’abbigliamento maschile, fatto di mestiere, cultura, amicizie, confronti e dettagli osservati da vicino.

Pitti Uomo, per chi lo guarda da fuori, può sembrare soltanto una grande esposizione di marchi, collezioni, stand e buyer internazionali. Naturalmente è anche questo, e sarebbe sbagliato dimenticarlo. È una piattaforma commerciale, una vetrina fondamentale per il menswear e un luogo in cui il mercato incontra il prodotto. Ma ridurlo a una semplice fiera sarebbe limitante. Pitti è soprattutto un’occasione per esserci, per stringere mani, per rivedere volti conosciuti, per incontrare amici e colleghi che condividono la stessa passione, per scambiare opinioni non soltanto su un capo, ma sul modo in cui quel capo viene pensato, indossato e raccontato.
Personalmente credo che, per chi lavora o vuole lavorare seriamente in questo settore, presenziare a Pitti non sia un vezzo, ma quasi un dovere. Non nel senso mondano del termine, bensì in quello professionale. Ci sono cose che non si capiscono da una foto, da un comunicato stampa o da un catalogo online. Bisogna vedere i tessuti alla luce naturale, toccare le costruzioni, osservare come un brand racconta se stesso, parlare con chi quel prodotto lo disegna, lo vende, lo cuce, lo porta in giro per il mondo. La fiera serve anche a questo: a ricordarci che l’eleganza maschile non è fatta soltanto di immagini, ma di persone.

Ed è proprio per questo che bisogna essere grati a Pitti. In un momento in cui molti rapporti professionali passano attraverso uno schermo, la Fortezza da Basso rimane uno dei pochi luoghi in cui il confronto avviene ancora di persona. Ci si incontra, si discute, si osserva, si cambia idea. Si rivedono amici che magari si sentono durante l’anno solo per messaggio, si conoscono nuovi artigiani, si scoprono piccoli marchi, si ascoltano punti di vista diversi. Per chi ama davvero questo mondo, Pitti è anche una forma di educazione continua.
L’edizione numero 110 si è presentata con una tematica chiara e riconoscibile: “The Pitti Pool”. Un tema estivo, visivo, immediato, che ha dato alla fiera un tono fresco e coerente con la stagione. L’allestimento, pur giocando con un immaginario più leggero e contemporaneo, non ha snaturato l’identità della manifestazione. A mio parere, quando Pitti funziona meglio, riesce proprio in questo equilibrio: introdurre un linguaggio nuovo senza perdere quella solidità che lo rende riconoscibile. La scenografia deve accompagnare, non sovrastare.
Per quanto riguarda gli espositori, anche in questa edizione la forza di Pitti è stata la sua varietà. C’era il contemporaneo, c’era lo sportswear, c’erano accessori, profumi, calzature, progetti internazionali e nuove interpretazioni del guardaroba maschile. Tuttavia, per una realtà come True Class, l’occhio cade inevitabilmente sul settore più classico, su quel mondo fatto di sartoria, tessuti, scarpe ben costruite, accessori pensati con criterio e capi che non cercano di inseguire ogni tendenza. La sezione classica rimane, almeno per noi, uno dei punti più interessanti della fiera, perché mostra quanto il menswear formale non sia affatto fermo, ma continui a evolversi

Tra gli stand che mi hanno colpito maggiormente, merita una menzione particolare quello di TBD Eyewear di Fabio Attanasio. La nuova collaborazione con Vitale Barberis Canonico mi è sembrata interessante perché nasce da un’idea precisa, non da una semplice operazione di immagine. L’elemento di giunzione tra i due mondi è il Solaro, tessuto profondamente legato alla cultura sartoriale maschile, qui utilizzato come ponte tra occhialeria e lanificio. È un dettaglio intelligente, perché non forza il dialogo tra i due brand, ma lo rende naturale.
L’occhiale, in questo caso, non viene trattato come un accessorio isolato, bensì come parte di un guardaroba. La collaborazione funziona proprio perché mette insieme due linguaggi compatibili: da una parte l’occhialeria italiana di TBD, con il suo gusto pulito e riconoscibile; dall’altra l’autorevolezza tessile di Vitale Barberis Canonico, che porta con sé una storia e una cultura del materiale difficilmente imitabili. Il Solaro diventa così più di un riferimento estetico. Diventa un codice comune, un modo per raccontare l’eleganza maschile attraverso un oggetto piccolo, ma tutt’altro che secondario, ovvero il fodero che racchiude l’occhiale.

Pitti 110, però, non è stato soltanto stand, collezioni e incontri in Fortezza. È stato anche ciò che accade intorno alla fiera, nelle cene, nei ritrovi, nei momenti in cui le conversazioni diventano più libere e personali. In questo senso desidero ringraziare il nostro collaboratore Federico Pancani e il ristorante Diverso di Firenze per la splendida serata che ha dato il via a questi giorni fiorentini. È stato un momento importante anche per True Class, presente per la prima volta in forma cartacea, accanto a Michele & Shin.

Michele & Shin rappresenta bene quel dialogo internazionale che oggi rende la sartoria ancora più interessante: una realtà con cuore sartoriale italiano, lavorazione artigianale e sensibilità giapponese nel gusto, nella precisione e nella cura del dettaglio. Vedere True Class in carta, accanto a una sartoria di questo tipo, in una cornice fiorentina durante Pitti, ha avuto per noi un significato importante.

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