Ho deciso di realizzare questo speciale a seguito della puntata di Report su Rai 3 del 18 gennaio 2026. Ammetto che solitamente evito di seguire la trasmissione di Ranucci, ma questa volta ho fatto lo sforzo di guardarla integralmente, in particolare per quanto riguarda l’inchiesta “Sotto il vestito”, poiché i temi trattati mi stanno particolarmente a cuore.

A seguito della visione del servizio, ho ritenuto doveroso realizzare uno speciale per esprimere il mio punto di vista e invitare i lettori a riflettere su alcune affermazioni fatte, o lasciate intendere, nel corso dell’inchiesta.

Tengo a precisare che tutto ciò che dirò in questo speciale è frutto di un mio pensiero personale e di riflessioni basate sui dati e sulla mia conoscenza del settore; non rappresenta quindi una verità assoluta… la mia.

Il mio intento non è accusatorio, bensì quello di analizzare i dati e stimolare una riflessione critica.

Le aziende Tod’s e Loro Piana, così come molte altre — praticamente tutte quelle che operano nel settore del lusso — sfruttano lavoratori cinesi in condizioni disumane, pagano pochissimo la produzione e rivendono i prodotti a prezzi altissimi. Dunque, sono cattive.

Questo potrebbe essere un breve riassunto dell’inchiesta di Report ed è innegabile che sia proprio questo il messaggio che si vuole far passare, anche perché è la stessa voce fuori campo che, a 2 ore, 27 minuti e 59 secondi dall’inizio della trasmissione, afferma: «Il mercato dell’alta moda è così: la casa madre spende 35 euro per far produrre una borsa, in quelle condizioni, da lavoratori sfruttati e sottopagati, per poi rivenderla a cifre esorbitanti nella boutique del centro di Roma».

Voglio però provare a riflettere in modo più approfondito, numeri alla mano, insieme a voi lettori, per capire se questa analisi sia davvero corretta al 100%.

Anzitutto, partiamo dal presupposto che il gruppo Tod’s e Loro Piana S.p.A. vengano descritti come aziende “scorrette” che producono in maniera irregolare. Tuttavia, nel servizio e nelle carte della Procura di Milano si parla chiaramente di borse e, al massimo, di tomaie di scarpe Tod’s. È quindi doveroso precisare che, all’interno di queste aziende, le borse rappresentano solo una parte molto ridotta dei prodotti a catalogo.

Per quanto riguarda il gruppo Tod’s, esso include prodotti iconici e storici, realizzati ancora oggi con elevatissimi standard qualitativi, come il celebre 4 Ganci Fay; inoltre, nella stessa Tod’s le borse incidono per circa il 14% del fatturato.

Per quanto riguarda invece Loro Piana, la pelletteria è un accessorio “extra” rispetto al core business dell’azienda. Loro Piana nasce infatti come fabbrica di tessuti e, per quanto concerne la produzione di tessuti per sartorie o la confezione di capi pronti — come giacche, cappotti o sciarpe — la lavorazione è interna oppure affidata ad aziende italiane storiche del territorio, caratterizzate da standard qualitativi elevatissimi e, in alcuni casi, da produzioni familiari e artigianali.

Ciò, naturalmente, non giustifica il fatto che le due aziende si siano appoggiate a ditte dai metodi operativi discutibili per la produzione di articoli “minori”; tuttavia, non trovo corretto fare di tutta l’erba un fascio e attribuire una cattiva nomea all’intero catalogo dell’azienda.

Ho infatti trovato fazioso riportare video registrati di nascosto in una boutique, presumibilmente Loro Piana, in cui la commessa espone una sciarpa decantandone l’eccellenza produttiva e viene dato per scontato che quello fosse uno dei prodotti “incriminati”. 

Il mio sospetto di una certa faziosità nel servizio è aumentato quando si è arrivati addirittura ad attaccare Tod’s perché, tramite un’altra azienda appaltatrice, ha acquistato le divise del personale delle boutique dalla Maurel. Quest’ultima, a causa dell’eccessiva mole di lavoro, ha a sua volta appaltato la realizzazione delle divise a un’azienda poi indagata per caporalato.

La mia domanda, quindi, è: se io acquisto dalla Maurel un paio di divise, sono forse un caporale sfruttatore?

Il secondo aspetto che vorrei analizzare insieme a voi riguarda il fattore economico. Il servizio lascia chiaramente intendere che l’azienda sostenga una spesa irrisoria per la realizzazione del prodotto, per poi rivenderlo a cifre altissime. Ma è davvero così?

È sufficiente analizzare i numeri. Il consulente Gian Gaetano Bellavia parla di un costo di produzione di un mocassino pari a 15 euro e di un prezzo di vendita in negozio di circa 700 euro: fin qui il ragionamento può anche essere corretto. Tuttavia, quando il dottor Bellavia parla di un ricarico del 5.000%, è qui che qualcosa non torna.

Prendiamo un anno medio come il 2023: Tod’s ha registrato un fatturato di 1,12 miliardi di euro e un utile pari a 95 milioni di euro, quindi un utile del 9,5%, basso se si parla di ricarichi del 5000%.

Inoltre, vorrei soffermarmi su un’altra sua affermazione: «non cambierebbe nulla se anziché 15 lo pagassero 40 euro». Mi aspetto che un esperto del suo calibro si renda conto che una simile variazione comporterebbe invece un taglio significativo dell’utile netto dell’azienda.

C’è poi un dettaglio fondamentale che la maggior parte dei giornalisti — e lo stesso dottor Bellavia in primis — tende a omettere. Anche ammettendo che il mocassino costi realmente 15 euro, a questa cifra vanno sommati numerosi altri costi: il trasporto e l’imballaggio della merce dalle fabbriche alle fabbriche e dalle fabbriche  ai negozi, la pubblicità, l’allestimento delle sedi, le sfilate (che possono costare diversi milioni di euro), oltre alle spese generali comuni a qualsiasi azienda, come i software gestionali, la formazione del personale e il costo del personale stesso.

Tod’s, infatti, conta oggi ben 5.123 dipendenti, con un costo stimato di circa 130 milioni di euro.

Anche sul prezzo finale di 700 euro è opportuno fare una distinzione: da un lato ci sono le boutique monomarca, che rappresentano un costo importante per l’azienda ma nelle quali Tod’s incassa l’intero prezzo di vendita; dall’altro ci sono le boutique multimarca, che vendono prodotti Tod’s acquistandoli all’ingrosso a prezzi significativamente inferiori rispetto ai 700 euro al pubblico.

Un altro aspetto analizzato sul piano economico, a mio avviso in maniera faziosa, riguarda il capitale sociale. Viene contestato a Diego Della Valle il fatto di appaltare a aziende con un capitale sociale di soli 300 euro, pur avendo lui stesso un capitale sociale di 66 milioni di euro.

Qui mi rivolgo a Sigfrido Ranucci: dov’è il problema? Perché, se consultiamo l’articolo 1655 del Codice civile, scopriamo che «non esiste alcun requisito minimo di capitale sociale per l’appaltatore; ciò che conta è che l’appaltatore sia un soggetto giuridico valido».

In conclusione, voglio soffermarmi su quello che considero il terzo punto, per me cruciale. Se, da un lato, ritengo che la trasmissione sia stata chiaramente faziosa e ideologicamente schierata contro i brand, dall’altro è innegabile che quei lavoratori siano stati sfruttati. Il punto, però, è un altro: quei lavoratori non sono stati sfruttati direttamente da Tod’s o da Loro Piana, bensì da aziende cinesi — come la Dai MeiYing — che hanno ricevuto l’appalto dalla Evergreen, la quale a sua volta aveva ottenuto l’incarico da livelli superiori della filiera.

Le catene di ditte appaltatrici tra il brand e l’azienda finale che ha commesso gli illeciti erano lunghe e articolate; in una miriade di società alle quali vengono affidati i lavori, individuare quelle che operano illegalmente non è semplice. Uno degli strumenti per farlo sono le società di audit, come Bureau Veritas, ma fino a che punto è giusto che i brand “mettano il becco” nelle aziende che lavorano per loro?

Diego Della Valle è stato contestato per la sua affermazione: «L’importante è che una società abbia la capacità di darti un prodotto per come tu lo vuoi; le filiere se le seguono loro dopo». Personalmente, ritengo questa posizione corretta, perché a vigilare sul rispetto delle norme in ogni azienda presente sul territorio italiano dovrebbe essere lo Stato, attraverso l’Ispettorato del Lavoro. Non è giusto che un’azienda italiana, che già rispetta le leggi ed è sottoposta ai controlli statali, debba inoltre rispondere a un brand per poter lavorare, sostenendo audit e certificazioni varie, spesso molto onerose sia in termini di tempo sia di costi. Con quale autorità, infatti, un brand può effettuare controlli nelle fabbriche dei propri collaboratori come se fosse la Guardia di Finanza?

A mio parere, il brand dovrebbe limitarsi a richiedere ai fornitori il rispetto degli standard qualitativi del prodotto, mentre dovrebbe essere lo Stato a far rispettare le leggi in materia di sicurezza e tutela dei lavoratori. 

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