la classificazione dei coloranti

Buongiorno a tutti… Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati. Avevamo messo sotto la lente d’ingrandimento l’indaco e si affermava come i suoi derivati potessero essere ordinati in due categorie, se considerati da un punto di vista strettamente legato alla struttura chimica (indigoidi e antrachinonici).

Ora, in quest’ultimo numero, vorrei cercare di fare chiarezza su come vengono classificati i coloranti — non con un semplice elenco, come quello del Color Index, ma per gruppi omogenei.

Da un punto di vista tintoriale, che è quello che maggiormente ci interessa, la classificazione deve essere considerata in base al substrato e al processo in cui si applicano i vari coloranti. Risulta evidente che coloranti appartenenti a classi tintoriali differenti non possono essere applicati nello stesso bagno di tintura. In realtà, questa affermazione è tanto ovvia quanto errata.

Infatti, se si considerano fibre miste, con la contemporanea presenza di più substrati (es. misto cotone, mistolino…), quanto affermato risulta assolutamente falso. Potremmo avere coloranti che tingono tono su tono un substrato misto cellulosico-proteico, ma cambiando le condizioni si può riservare il colore alla parte proteica o a quella cellulosica.

Tuttavia, non complichiamo ulteriormente un argomento già di per sé complesso.

Avremo quindi classi di coloranti per cotone e lino, coloranti per seta e lana, come pure classi specifiche per fibre artificiali o sintetiche.

Come abbiamo già visto, un’altra classificazione è quella basata sulla struttura chimica del colorante. A tal proposito, mi viene in mente l’esempio del turchese, i cui coloranti — indipendentemente dalla classe tintoriale di appartenenza — sono tutti trasversalmente derivati dalla ftalocianina.

Ora, se la ftalocianina ha basso peso molecolare e assenza di gruppi solubilizzanti, essa appartiene sicuramente alla categoria dei Coloranti Dispersi e trova applicazione nella tintura del poliestere o della microfibra, con condizioni tintoriali uniche e diverse rispetto a tutte le altre classi tintoriali.

Diversamente, la presenza di uno o più gruppi reattivi, insieme a gruppi solubilizzanti, fa sì che il colorante ftalocianinico appartenga alla categoria dei Coloranti Reattivi, idonei per la tintura di fibre cellulosiche, ma anche proteiche, cambiando opportunamente le condizioni di tintura e in presenza di un gruppo reattivo adatto.

Possiamo quindi comprendere perché, all’interno della categoria dei Coloranti al Tino, non esista un colorante turchese. Infatti, il leuco derivato, ottenuto in condizioni alcalino-riducenti, si degrada a una forma priva di colore, che non può più essere riossidata alla forma originale. Analogamente, anche il Blu al Tino RS e i suoi derivati — tra cui, di fondamentale importanza, citiamo il Blu al Tino BC — se portati a una temperatura superiore ai 60 °C quando si trovano nella forma leuco, subiscono una sovra-riduzione irreversibile, indipendentemente dalle condizioni di ossidazione. Questo comporta una conseguente perdita di brillantezza e un ingrigimento del tono.

In generale, ogni classe tintoriale di coloranti presenta delle sottoclassi che prevedono condizioni di tintura anche molto differenti tra loro.Restando sempre nell’ambito dei coloranti al tino, si osserva come esistano diversi metodi tintoriali, le cui principali differenze riguardano le quantità di soda e idrosolfito necessarie per ottenere la forma ridotta, a parità di rapporto bagno e di percentuale in peso di colorante calcolata sul peso del materiale da tingere.

Come si vede nelle foto successive, si ottengono così delle tavole in cui collocare il colorante o la combinazione di coloranti.

Ora, bisogna immaginare che, nella pratica, le compartimentazioni non siano così rigide: tra un metodo e l’altro possono esserci delle tolleranze reciproche, almeno a livello di nuance, tra coloranti appartenenti a metodi simili.

Attualmente, la situazione è tale per cui il sempre più scarso interesse e i ridotti consumi hanno significativamente ristretto la gamma dei coloranti al tino, tanto che il metodo IK esiste ormai solo sulla carta, e anche i metodi IW e IN hanno subito un ridimensionamento importante.

C’è stato, invece, un tempo in cui questi coloranti venivano creati, prodotti e commercializzati dalle principali case di prodotti chimici a livello mondiale.

Ciò nonostante, questi coloranti permettono ancora di ottenere qualsiasi tono (eccezion fatta per i turchesi e i rossi Malboro), pur non lavorando in tricromia. Questo metodo di ricettazione non ha eguali in nessun’altra classe di coloranti. Nel prossimo numero vedremo come Bayer, intorno alla seconda metà degli anni ’50, riuscì a mettere a punto tinture solide con una tonalità turchese di brillantezza eccezionale, tanto da ottenere — al pari dei migliori coloranti al tino — l’etichettatura Indanthren.

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