Con la scomparsa di Mariano Rubinacci, Napoli perde uno dei suoi ambasciatori più autentici; il mondo dell’eleganza maschile, un interprete magistrale della leggerezza. Figlio di Gennaro Rubinacci, fondatore della leggendaria maison London House, Mariano ha saputo traghettare la tradizione sartoriale partenopea nel XXI secolo senza mai tradirne l’anima.

Il suo stile non era soltanto un esercizio di gusto dandy: era un modo di intendere l’abito come seconda pelle, come estensione naturale della personalità.

La giacca napoletana secondo Mariano

Se dovessimo riassumere il suo guardaroba in un solo capo, sarebbe senza dubbio la giacca destrutturata napoletana.

Mariano la prediligeva:

  • Spalla morbida, spesso con la caratteristica spalla camicia (o “a mappina”), priva di imbottiture invasive
  • Rollino leggero, appena accennato
  • Revers generosi, talvolta con impunture visibili
  • Tre bottoni con rever che chiude sul secondo (il classico 3 stirato a 2)
  • Tasche a toppa, simbolo di disinvoltura, nei contesti ove consentito

I tessuti? Lane leggere, freschi di lana, tweed soffici, flanelle ariose. La costruzione restava impalpabile: un equilibrio magistrale tra struttura e comfort. L’abito doveva accompagnare il gesto.

Il blu come firma

Chiunque abbia incontrato Mariano ricorda la sua predilezione per il blu in tutte le sue sfumature: navy profondi, azzurri polverosi, blu notte setosi.

Il suo blazer blu doppiopetto a sei bottoni ed ampi revers a lancia era un must have, portato con pantaloni grigi in flanella o con gabardine beige, incarnava l’idea di eleganza rilassata che solo Napoli sa esprimere con tanta naturalezza.

Camicie e cravatte: l’arte dell’equilibrio

Le camicie erano rigorosamente su misura:

  • Colletti morbidi, spesso semi-francesi o button-down informali
  • Polsi semplici, raramente doppi
  • Cotoni leggeri, oxford ariosi o popeline finissimi

Le cravatte meritano un capitolo a parte. Rubinacci amava sete stampate, motivi antichi, micro-disegni britannici reinterpretati in chiave solare; ma anche tricot, tinta unita o microfantasia. Le cravatte, sempre sette pieghe, annodate con apparente nonchalance, mai eccessivamente serrate.

Il fazzoletto nel taschino? Sempre presente, ma mai studiato. Piegato con naturalezza, spesso in lino bianco o con micro-fantasie, ma non abbinate.

Il colore senza paura di osare

A differenza di certa austerità nordica, Mariano interpretava il colore come un linguaggio. Verdi bosco, ruggine, senape, marroni caldi: tonalità che parlavano di Mediterraneo, di luce, di materia.

Ed il gioco con lui continuava sulle fantasie, dai lini increspati ai tweed spigati passando per le flanelle gessate ed i grigi principe di galles con check variopinti.

La filosofia Rubinacci

Sotto la sua guida, la maison Rubinacci è diventata sinonimo internazionale di sprezzatura consapevole. Una sprezzatura mai teatrale, bensì autentica: il bottone lasciato aperto, la cravatta leggermente spostata, la giacca portata con disinvoltura anche in contesti formali.

Mariano incarnava ciò che vestiva. 

Un’eredità che resta

Oggi, ricordare Mariano Rubinacci significa ricordare un modo di stare al mondo. Un’eleganza che non cerca l’effetto, ma l’equilibrio. Una sartoria che non impone, ma accompagna.

Con lui se ne va un maestro.
Resta il suo insegnamento: l’abito deve sorridere insieme a chi lo indossa.

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