La Scarpa per l’Automobile Diventa Icona d’Italianità
Il driving loafer è una di quelle calzature che vengono spesso nominate con troppa leggerezza. Lo si chiama mocassino da guida, driving shoes, driving loafer, car shoe, gommino. Tutti questi nomi indicano più o meno la stessa famiglia, ma non sempre la stessa cosa. Il termine “gommino”, per esempio, è diventato nell’uso comune quasi sinonimo di mocassino da guida, ma in realtà rimanda soprattutto all’universo Tod’s. “Car shoe”, invece, nasce come definizione molto più tecnica e storica, legata a una scarpa pensata espressamente per l’automobile.
Il punto da chiarire subito è questo: il mocassino da guida non nasce come scarpa elegante nel senso classico del termine. Non nasce per sostituire una Oxford, un derby in vitello o anche un penny loafer con suola in cuoio. Nasce per guidare. La sua costruzione lo comunica chiaramente: tomaia morbida, struttura decostruita, assenza di rigidità, suola leggera, piccoli tacchetti in gomma sotto la pianta e spesso anche sul tallone. Tutto serve a dare sensibilità sul pedale, aderenza e comodità. È una scarpa funzionale, poi diventata chic per via dell’ambiente che l’ha adottata

La storia moderna del mocassino da guida passa inevitabilmente da Car Shoe. Nel 1963, a Vigevano, Gianni Mostile brevettò (o meglio, acquisì il brevetto) una scarpa destrutturata con una suola composta da piccoli gommini. L’idea era semplice e precisa: creare una calzatura morbida, adatta alla guida, capace di non scivolare sui pedali e di accompagnare il piede senza la rigidità di una scarpa cittadina. Vigevano non era un luogo casuale, perché era uno dei centri italiani più importanti per la calzatura. Lì il mocassino da guida trovò una forma industriale riconoscibile, con un nome, un brevetto e una precisa identità.
C’è poi una storia parallela, più artigianale e meno industriale, legata a Giulio Miserocchi, calzolaio romagnolo spesso ricordato per i mocassini da guida realizzati già dagli anni Quaranta. È un capitolo interessante perché collega questa scarpa non solo all’automobile, ma anche a una clientela italiana molto precisa: uomini abituati a viaggiare, a guidare auto sportive, a vestire bene senza trasformare ogni gesto in una posa. In questo senso, prima ancora di diventare un prodotto da boutique internazionale, il driving loafer è stato una scarpa da uomini che avevano bisogno di qualcosa di pratico, ma non volevano rinunciare a una certa idea di stile.
Il secondo nome inevitabile è Tod’s. Se Car Shoe rappresenta l’origine tecnica e brevettuale, Tod’s ha trasformato il mocassino da guida in un oggetto di costume. Il Gommino ha reso quella suola puntinata immediatamente riconoscibile, portandola fuori dall’abitacolo e dentro il guardaroba estivo maschile. La scarpa, con i suoi piccoli rilievi in gomma, ha smesso di essere solo un accessorio da guida ed è diventata una calzatura da weekend, da barca, da città rilassata, da villeggiatura, da viaggio. Tod’s ha avuto il merito di rendere il mocassino da guida un codice internazionale dell’eleganza informale italiana.
La differenza tra un mocassino da guida e un mocassino classico resta però sostanziale. Un penny loafer in vitello, un tassel loafer o un mocassino con morsetto hanno una struttura più solida, una suola più importante, un rapporto diverso con il pantalone e con la formalità. Il driving loafer è più basso, più morbido, più vicino a una pantofola raffinata che a una vera scarpa quotidiana. Questa non è una diminuzione, è semplicemente la sua natura.

Il materiale più coerente resta il camoscio. Marrone testa di moro, tabacco, blu scuro, sabbia, verde oliva: sono questi i colori che rendono meglio. Il vitello liscio può funzionare, ma tende a creare un equivoco. Il mocassino da guida resta informale nella costruzione, anche quando il materiale prova a renderlo più elegante. Per questo, personalmente, lo preferisco in suede, leggermente vissuto, mai troppo lucido, mai troppo nuovo nell’aspetto.
Il suo utilizzo più corretto è con pantaloni informali. Un paio di chino color sabbia, una camicia in lino bianca, una cintura in pelle intrecciata, una giacca destrutturata blu in hopsack o in lino e un mocassino da guida testa di moro compongono una mise perfettamente coerente. Non c’è nulla di forzato. La scarpa dialoga con il tessuto, con il taglio morbido del pantalone, con la stagione, con il contesto. È una soluzione ideale per un pranzo estivo, una giornata al lago, un viaggio in auto, magari su un’auto d’epoca.
Poi c’è il capitolo più interessante a mio avviso, quello della sprezzatura. Il mocassino da guida, usato con un abito più semi – formale, è teoricamente fuori contesto. Proprio per questo può funzionare bene come sprezzatura. Non sempre, non con tutto, non per tutti. Ma può funzionare quando chi lo indossa ha pieno controllo del resto e soprattutto se fa parte del suo gusto e stile personale. Gianni Agnelli è il riferimento più citato in questo senso: l’uomo che prendeva elementi tecnici, sportivi o informali e li inseriva dentro un guardaroba di altissimo livello senza chiedere il permesso a nessuno. L’orologio sopra il polsino, gli scarponcini con l’abito, il mocassino morbido dove altri avrebbero scelto una scarpa più prevedibile e strutturata. Non erano errori, erano scelte. E soprattutto erano scelte sostenute da tutto il resto.

L’errore di molti, oggi, è pensare che basti copiare il dettaglio per ottenere lo stesso effetto. Non è così. La sprezzatura non è mettere una scarpa sbagliata. È far sembrare naturale e piacevole una deviazione, perché tutto il resto è costruito con competenza. Agnelli poteva permetterselo perché conosceva perfettamente il codice che stava piegando. Montezemolo appartiene a quella stessa linea italiana, più automobilistica che accademica, dove l’abito non è mai troppo rigido e l’eleganza mantiene un rapporto diretto con l’azione, con l’auto, con il viaggio, con la vita fuori dall’ufficio che si fonde con quella dell’ufficio. Perché il top manager e l’imprenditore come lui, lavora sempre ma allo stesso tempo, con la testa, è sempre al volante di un auto classica.
Io personalmente amo ed adotto sovente il mocassino da guida proprio con questa filosofia, con un minimo di rischio controllato. Non con lo smoking, non con un abito nero ad un funerale, non con un completo da cerimonia. Ma con un abito morbido, magari in fresco lana leggero, in solaro o in un pettinato estivo non troppo severo. In quel caso il driving loafer può rompere la formalità senza distruggerla. Aggiunge una nota privata, quasi personale. Dice che l’uomo che lo indossa non si è vestito seguendo una tabella, ma scegliendo anche in base alle sue passioni.

Qualche esempio concreto: abito monopetto blu gessato marcato in fresco lana, spalla morbida e revers abbondanti, taglio classico tre bottoni stirati a due pantaloni comodi con pinces, camicia celeste con collo francese, cravatta in maglia grigia principe di galles fine, pochette bianca non troppo esibita, fondo del pantalone con un risvolto abbondante e mocassino da guida in suede testa di moro. In teoria, una loafer con suola in cuoio sarebbe più corretta. In pratica, il driving loafer rende tutto meno rigido, più italiano, più spontaneo.
Possiamo abbinarne poi uno blu, ad un bell’abito in solaro, doppiopetto, stesso taglio, camicia a righe blu e cravatta in tricot blu. È una scelta che funziona se l’abito non è troppo strutturato, se il pantalone ha una buona linea e se la scarpa è di qualità, e soprattutto se vi aggrada.
Per un uso ancora più personale, immagino bene uno spezzato storico, pantalone grigio ferro in fresco lana, giacca doppiopetto blu navy con bottoni metallici, camicia a quadretti finissimi aperta, occhiali da sole classici Persol Steve mcqueen, orologio sottile e driving loafer blu scuro o marrone. Non è una mise da riunione bancaria, e non deve esserlo. È una mise da viaggio, da auto, da arrivo in un luogo elegante ma informale, magari un raduno d’auto storiche. Il mocassino da guida qui non è un ripiego comodo, ma il dettaglio che se piace può dire qualcosa di sé.

Resta una scarpa da usare con intelligenza. I gommini si consumano, la suola non ama la pioggia, il piede è meno protetto, la camminata lunga in città non è il suo terreno ideale. Chi lo compra pensando di farne una scarpa quotidiana da marciapiede ne consumerà presto la grazia e la struttura. Il driving loafer dà il meglio quando viene usato nel suo ambiente naturale: automobile, estate, viaggio, tempo libero, contesti rilassati fuori città.
Il suo fascino sta proprio in questa ambiguità. È una scarpa pratica diventata simbolo di raffinatezza. È informale, ma può entrare in un guardaroba molto serio. È nata per guidare, ma ha finito per raccontare un certo modo italiano di vestire: meno rigido di quello inglese, meno codificato di quello francese, più istintivo, più legato al corpo e al gesto e alle passioni del gentiluomo.

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