La Sprezzatura… 

Miei cari lettori, con questo pezzo voglio riflettere insieme a voi su un argomento spinoso nel mondo dell’eleganza classica: la sprezzatura.

Anzitutto dobbiamo comprendere di cosa si tratti. Essa, infatti, costituisce, nella mia visione, un confine: quella via di mezzo perfetta tra il rispetto totalitario di regole ferree e la sciatteria dovuta alla mancanza di consapevolezza. Sì, perché la sprezzatura non è altro che un errore, ma non un errore compiuto per ignoranza delle regole; bensì un errore deliberato, consapevole, eseguito con assoluta naturalezza, senza mai infrangere alcuni principi fondamentali legati alle buone maniere.

Vi elenco di seguito alcuni esempi per comprendere meglio il concetto.
Il più classico e il più visto, forse, è proprio il nodo alla cravatta volutamente sbagliato, con la pala più corta della gambetta. Questo vezzo è stato reso popolare negli anni ’80 dall’avvocato Gianni Agnelli e, da allora, si è visto e rivisto, in maniera più o meno marcata, sui colli di diverse personalità.

Personalmente lo trovo carino se non è troppo evidente. Se lo “sbagliare” il nodo nel punto in cui incontra il colletto, lasciandolo magari lasco, dà un senso di trasandatezza ed è spesso sintomo di incapacità nell’eseguire correttamente il nodo, questo errore, invece, presuppone che il nodo alla base, nel colletto, sia comunque eseguito in maniera esemplare.

Non trasmette quindi un senso di sciatteria, ma piuttosto di spontaneità: come a dire

«so fare il nodo, ma l’ho fatto al volo ed è venuto un po’ storto, perché non ho bisogno di arrovellarmi per riuscire a essere elegante».

Un altro esempio classico di sprezzatura potrebbe essere il doppiopetto portato aperto, tipico di uno stile italiano non troppo rigoroso ma più disinvolto, oppure, ancora, il tenere i polsini della camicia slacciati come segno di naturalezza. Potrei continuare con un elenco infinito di esempi, ma finirei per annoiarvi. Il punto che voglio sottolineare è però un altro: la sprezzatura non significa “liberi tutti”, zero regole. Esistono infatti alcune regole che restano intoccabili. Vediamo quali.

Anzitutto, il rispetto del contesto. Sì, perché se è vero che uscire dall’ufficio per pranzo con il doppiopetto slacciato dà un bel effetto e trasmette agio nel proprio abito, presentarsi a un matrimonio o salire sul palco di una conferenza per un discorso con il doppiopetto aperto sarebbe una mancanza di rispetto.

Allo stesso modo, sarebbe irrispettoso presentarsi al Presidente della Repubblica con i polsini slacciati o con la pala della cravatta troppo corta. Lo stesso Agnelli, grande fautore della sprezzatura, la adottava solo quando era certo di non entrare in contrasto con il buon costume, e dunque esclusivamente in contesti adeguati.

Un’altra regola ferrea della sprezzatura è quella di non esagerare. Se decidiamo di portare i polsini slacciati e la cravatta annodata con la pala più corta, non possiamo anche mettere la vela del colletto sopra il bavero della giacca: il risultato rischierebbe di diventare caricaturale, perdendo spontaneità.

Infine, esistono errori imperdonabili che non possono essere fatti passare per sprezzatura. Sì, perché la sprezzatura è un’imprecisione consapevole, consentita in contesti informali e semi-formali, atta a conferire naturalezza, non ignoranza delle regole. Non possiamo, ad esempio, indossare delle Oxford senza calze o un abito nero per andare in ufficio e giustificarlo come sprezzatura.

In conclusione, voglio semplicemente dire che sposo pienamente la filosofia della sprezzatura e della naturalezza nel vestire, poiché la naturalezza, nel vestire classico, a mio parere è l’esatto opposto della noncuranza. E a tutti i bacchettoni contrari alla sprezzatura domando: che problema vi crea il mio orologio braccialato portato sotto l’abito in ufficio, in un mondo in cui si va al Quirinale con le scarpe da ginnastica?

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