
Nel vasto universo dell’eleganza maschile, esistono figure che non si limitano a seguire le regole in modo convenzionale, ma le reinterpretano in base alla propria personalità, sempre con misura ed in maniera priva di eccessi. Una di queste è, senza dubbio, Lino Ieluzzi: icona milanese dello stile classico italiano e punto di riferimento per generazioni di uomini che vedono nell’abito non solo un modo di coprirsi, ma un’autentica espressione di sé.
Già dopo una breve chiacchierata con Lino, una cosa appare subito chiara: per lui, vestirsi e coprirsi sono due concetti profondamente diversi. La sua filosofia ruota attorno all’idea che l’abbigliamento debba essere un qualcosa di divertente e soddisfacente, un vero e proprio piacere insomma e non semplicemente assolvere a una funzione pratica.
Per questo sesto appuntamento della nostra rubrica mensile, abbiamo deciso di andare oltre l’analisi stilistica basata su immagini e fonti secondarie: abbiamo incontrato direttamente il Commendatore per comprendere la filosofia che si cela dietro ogni nodo di cravatta, ogni revers, ogni dettaglio che, pur sembrando minimo, si rivela in realtà essenziale.
Proprio per questo vi invitiamo a guardare l’intervista completa sul nostro canale YouTube — naturalmente, dopo aver letto questo articolo.

Il numero 7 e il colletto: più di un dettaglio
Chi conosce Lino Ieluzzi sa che le cravatte sono una delle sue cifre stilistiche più distintive. In particolare, la sua iconica cravatta con il numero “7” ricamato — diventata un simbolo riconoscibile ben oltre i confini italiani — racconta molto del suo approccio allo stile: giocoso ma rigoroso, simbolico ma concreto, con un certo gusto per il dettaglio e per le personalizzazioni.
Sì, perché il sette non è altro che il numero preferito di Lino, nonché il giorno del suo compleanno. Per questo motivo, inizialmente, il “7” veniva ricamato esclusivamente sulle sue cravatte personali, come una personalizzazione.
Curiosa anche la scelta del tessuto con cui vengono realizzate queste cravatte. Sì, perché — come spiega lo stesso Lino — la classica seta tende a far scendere il nodo nel corso della giornata e risulta, a suo parere, poco traspirante. Per questo, la lana leggera è da lui considerata la scelta migliore per realizzare le celebri cravatte con il sette.
Cravatte che si abbinano perfettamente alle sue tipiche camicie con colletto dalle vele molto aperte, da lui ideate molti anni fa e pensate, inizialmente, per essere indossate senza cravatta. Solo in seguito, però, Lino si rese conto dell’effetto straordinario che si otteneva abbinandole a una cravatta, grazie alla rigidità del colletto. Da allora, questa camicia è diventata — come afferma lo stesso Lino — il modello più venduto del suo marchio.

I colori del suo doppiopetto
A differenza di molti uomini eleganti che si rifugiano nei toni sobri del grigio e del blu, Ieluzzi gioca con il colore con naturalezza e disinvoltura. Verde bosco, marrone tabacco, giallo limone, azzurri intensi: ogni scelta cromatica è studiata per valorizzare l’insieme, senza mai risultare eccessiva.
Le giacche doppiopetto, spesso realizzate in tessuti ricercati come il fresco di lana o l’hopsack per l’estate, e il cashmere o la vigogna per l’inverno, si alternano a capi più informali ma sempre impeccabili. Un esempio è il classico blazer blu con bottoni dorati, must dell’eleganza milanese, oppure la giacca doppiopetto gialla abbinata a un paio di pantaloni classici blu, una camicia bianca e, immancabilmente, una cravatta blu con il numero 7 ricamato.

Le origini dello stile
Come ci racconta lo stesso Lino nel corso dell’intervista, la passione per il ben vestire nasce fin da bambino, grazie all’educazione ricevuta dalla madre, sarta di professione. Da qui emerge un concetto fondamentale, che condivido pienamente: l’importanza del ruolo dei genitori, che un tempo insegnavano ai figli come vestirsi adeguatamente nelle diverse occasioni, da quelle più formali a quelle meno rigorose.
Un tipo di educazione che purtroppo oggi manca a molti giovani, anche a causa di una società che promuove una libertà quasi eccessiva nell’abbigliamento e mostra una quasi totale mancanza di cultura del ben vestire.
Lino, come spiega, ha costruito nel tempo un proprio stile personale, frutto di sperimentazioni e scelte audaci, basato soprattutto sul piacere e sul divertimento nel vestirsi e nell’abbinare i capi. Un piacere che mi auguro sempre più persone possano riscoprire.

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