Bentornati! Eccoci pronti per un nuovo appuntamento con la chimica tintoria.

Sì, perché dopo i tecnicismi affrontati negli ultimi due numeri, si era accennato che, arrivati a questo punto, avremmo parlato della classe di coloranti che eccellono in quanto a solidità. In particolare, ci saremmo occupati di colui che è da tutti considerato il capostipite di questi coloranti: infatti, anche il meno acculturato tra i lettori avrà sentito parlare dell’esistenza di un colorante denominato indaco.

Storicamente, questo colorante veniva estratto dalla pianta Indigofera tinctoria fin dal XII secolo, e si calcola che nella sola India, intorno al 1900, la produzione di indaco naturale si aggirasse intorno alle 20.000 tonnellate annue.

Poi, però, solo una quindicina di anni più tardi, le esportazioni di questo colorante non arrivavano nemmeno a 1.000 tonnellate l’anno. Ma cosa era successo per determinare un tale crollo?

Semplicemente, qualcuno era riuscito nell’impresa di sintetizzare l’indaco puro.

A dirla tutta, la natura si era già arresa nel 1880, quando il chimico tedesco Adolf von Baeyer, dopo un ventennio di tentativi, era riuscito, partendo dall’acido orto-nitro-cinnamico, a ottenere l’indaco.

Il brevetto fu in seguito acquistato dalla Badische Anilin und Soda Fabrik (BASF), che investì moltissimo e, nel 1898, riuscì nell’impresa di offrire ai propri tintori un’alternativa all’indaco naturale: un prodotto sintetico ad alta resa, realizzato con un procedimento industriale a basso costo.

A partire da allora, l’India subì lo stesso trauma che la Francia aveva vissuto quando dovette soppiantare le coltivazioni della robbia, da cui otteneva l’alizarina naturale. Anche in questo caso, bassi costi di produzione e rese elevate facevano preferire di gran lunga il prodotto sintetico.

Tutto questo per far capire la portata storica che ebbe la scoperta, da parte di BASF, di una sintesi decisamente più semplice rispetto all’originale di Baeyer. In particolare, il chimico Eugen Sapper non poteva certo immaginare che la messa a punto di questo processo di sintesi avrebbe ridotto in miseria intere regioni. E tutto ciò non fece altro che accelerare il processo di indipendenza dell’India, già avviato da Gandhi.

Terminata questa digressione di carattere storico, andiamo finalmente a scoprire la classe di coloranti che ha l’indaco come antenato: i coloranti al tino. Dal punto di vista della struttura chimica, si dividono in due sottoclassi: gli indigoidi, cioè i diretti discendenti dell’indaco, e i derivati dell’antrachinone. In entrambi i casi, questi coloranti sono insolubili in acqua e, anche se disperdibili, non hanno la minima sostantività nei confronti della fibra.
 E quindi? Come si fa?

Bisogna che il nostro colorante reagisca con qualcosa che sia in grado di renderlo solubile nel bagno di tintura, in modo da essere adsorbito dalla fibra.

 Perché ciò accada, ci viene in aiuto la chimica:

un trattamento riducente in ambiente alcalino è ciò che serve per trasformare questi coloranti nei loro leuco derivati (per “leuco” si intende il termine greco che indica la forma idrosolubile gialla dell’indaco), che, in fase ridotta, sono solubili in acqua e affini alla fibra.

Inoltre, il colore del leuco è quasi sempre differente da quello del colorante nella sua forma insolubile. Al termine di questo passaggio, i coloranti vengono ossidati per tornare alla forma originale.

In pratica, abbiamo ottenuto un colorante insolubilizzato su fibra, e data la natura chimica di questi coloranti, capaci di resistere alle peggiori condizioni, capiamo perché siano così solide le tinture che li utilizzano.

Per la maggior parte delle sue caratteristiche, l’indaco appartiene ai coloranti al tino, ma il suo leuco ha un’affinità bassa se confrontata con altri indigoidi, come ad esempio il 6,6’-dibromoindaco, un derivato alogenato (già noto agli antichi come porpora di Tiro).

La situazione cambia se il substrato passa dal cellulosico al proteico: infatti, su lana e seta, a parità di concentrazione di colorante, si ottengono tinte più scure.

Questo è possibile anche perché le condizioni per ottenere il leuco derivato dell’indaco sono blande e non causano la degradazione della fibra stessa.

Per concludere questa panoramica sull’indaco, non potevamo certo non parlare del blu jeans.

Questo, storicamente, era conosciuto come Serge de Nîmes, data l’origine francese di questo tessuto di cotone, dove l’ordito è tinto in indaco e la trama è bianca. Il termine fu poi americanizzato in denim.

La tintura in continuo dell’ordito avviene secondo fasi successive, comprendenti ciascuna l’impregnazione, la spremitura e l’ossidazione con aria. Questo processo viene ripetuto più volte fino a ottenere il tono desiderato.

 La scarsa solidità allo sfregamento è una costante per la tintura dell’indaco, sia che venga fatta in continuo sia ad esaurimento…

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