
Questa volta ho voluto scegliere il protagonista di «Lo stile di…» per una ragione leggermente diversa dal solito. Ferdinando Maria Brachetti Peretti non è certo un dandy, né mi interessa raccontarlo come un uomo che ha fatto dell’originalità del guardaroba il proprio tratto distintivo. I suoi abiti hanno carattere, ma non è una particolare combinazione di colori o un accessorio inconsueto ad avermi convinto a dedicargli questo episodio. Trovo, piuttosto, che rappresenti esattamente la mia idea di gentleman.
Mi riferisco alla misura, alla sicurezza e alla potenza che comunica, alla naturalezza con cui porta ciò che indossa. E, altrettanto, alla capacità di affiancare agli affari interessi concreti, coltivati personalmente. Sono caratteristiche che considero fondamentali: un gentiluomo dovrebbe avere qualcosa da dire e qualcosa da fare anche dopo essere uscito dall’ufficio. La buona fattura di un abito conta, naturalmente, ma da sola non basta a dare spessore a chi lo porta.
Partiamo comunque dai vestiti, perché siamo su True Class Italia e il lato tecnico merita la sua attenzione. Nelle immagini pubbliche di Brachetti Peretti si ritrovano abiti scuri, soprattutto blu, sia uniti sia gessati. Compaiono monopetto e doppiopetto, e proprio questi ultimi offrono alcuni degli esempi più interessanti. All’inaugurazione della sede Fendi al Palazzo della Civiltà Italiana, nel 2015, indossava un doppiopetto blu con un gessato ben visibile, revers a lancia ampi, camicia bianca, cravatta scura a piccoli motivi e fazzoletto bianco nel taschino. Un insieme deciso, nel quale la larghezza dei revers e il disegno del tessuto danno presenza senza bisogno di colori accesi.

Il taglio, del resto, è uno degli elementi che apprezzo maggiormente. La spalla si estende e dà ampiezza alla figura; i revers occupano una parte importante del petto, mentre il corpo della giacca mantiene una linea composta. Si vede una ricerca di proporzioni che concede spazio al busto e non riduce l’abito a una sagoma stretta. Anche nei monopetto i revers conservano una certa generosità. Personalmente preferisco questa impostazione: una giacca deve vestire un uomo, consentirgli di muoversi e accompagnarne la presenza.
Il guardaroba comprende anche soluzioni più leggere, come gli abiti beige documentati nelle fotografie romane. Nei completi estivi monopetto si osservano pantaloni dalla linea comoda, con risvolto, e la possibilità di rinunciare alla cravatta. Il principio rimane coerente: l’abito conserva la propria dignità anche quando viene portato con maggiore disinvoltura.
Le camicie bianche creano un punto fermo negli abbinamenti più formali. I colli hanno dimensioni sufficienti per dialogare con i revers. È una relazione che spesso viene trascurata: se il petto è occupato da revers importanti, anche il collo e la cravatta devono avere proporzioni adeguate. Nel suo caso l’insieme appare equilibrato, con una camicia che illumina il volto e lascia all’abito il compito di definire la figura.
Le cravatte offrono qualche variazione in più. Si vedono piccoli motivi su fondi scuri e disegni più evidenti, anche di gusto paisley, mantenuti entro una palette contenuta. L’interesse sta nel rapporto tra fantasia e colore: una cravatta può farsi vedere senza rendere rumoroso l’insieme. Anche il fazzoletto bianco, presente in diverse immagini, completa il petto con semplicità, senza introdurre un’ulteriore fantasia.
Quanto alle scarpe, nelle immagini meno formali compaiono mocassini, anche portati con l’abito e con le calze. È una scelta che mi interessa per la disinvoltura con cui alleggerisce il completo. Il mocassino consente una maggiore libertà rispetto alla stringata, ma rimane coerente con un guardaroba classico quando forma e proporzioni sono ben scelte.
Sono capi che restituiscono un’impressione di qualità e di realizzazione accurata. Quel che si può giudicare da queste foto è il risultato: il taglio, la caduta, l’equilibrio delle proporzioni. E per quanto questi aspetti siano importanti, trovo che la sua classe si regga soprattutto su ciò che accade una volta indossato l’abito.

Osservando la sua figura pubblica, ciò che mi colpisce è il portamento. Gli abiti sembrano appartenere alla sua quotidianità; non danno l’impressione di essere stati scelti per interpretare una parte davanti al fotografo. È da questa continuità tra persona e vestiario che, a mio parere, derivano buona parte del carisma e di quell’aura di signorilità che gli riconosco.
Signorilità, potenza, austerità e understatement sono, per me, elementi centrali dell’eleganza maschile. Per potenza intendo una presenza autorevole, la capacità di comunicare sicurezza senza doverla sottolineare continuamente. Per austerità intendo il controllo, una certa sobrietà nel presentarsi. L’understatement sta nella misura con cui tutto questo viene espresso. In Brachetti Peretti riconosco visivamente questa combinazione. È un giudizio sulla presenza che comunica, naturalmente, non una pretesa di conoscere ogni aspetto del suo carattere privato.
Poi c’è il modo di vivere, che considero altrettanto importante. La sua storia professionale si colloca nell’imprenditoria energetica della famiglia Brachetti Peretti, ma gli interessi personali vanno ben oltre gli affari. Motori, viaggi, pilotaggio e fotografia compongono un profilo che trovo più interessante di quello di un uomo definito soltanto dal proprio patrimonio.

La Dakar ne è un esempio concreto. Ha debuttato nel 2021, nell’edizione disputata in Arabia Saudita, al volante di un Polaris del team Xtremeplus, tornando a partecipare nel 2023. Nel corso della prima esperienza ha compiuto sessantun anni. Già questo, personalmente, mi sembra significativo: decidere di affrontare una competizione del genere a quell’età richiede la voglia di mettersi alla prova, con tutte le difficoltà pratiche che comporta.
Nelle interviste racconta l’esperienza con un tono diretto, anche quando parla degli imprevisti. Mi interessa questa disponibilità a vivere una passione fino in fondo e a raccontarne anche il lato scomodo o divertente. I motori, inoltre, non entrano nella sua vita con la Dakar: ha ricordato i raid in motocicletta affrontati da giovane in Australia, Africa e Sud America, oltre a una lunga esperienza come pilota di elicotteri.
La fotografia aggiunge una componente diversa. Brachetti Peretti l’ha praticata anche professionalmente e ha esposto i propri lavori. Nella sua ricerca trovano spazio paesaggi, animali ed elaborazioni digitali attraverso cui modifica e ricompone ciò che ha fotografato. In un’intervista dedicata alla sua attività artistica descrive lo scatto come un gesto istintivo, guidato da ciò che attira la sua attenzione; l’elaborazione successiva diventa il mezzo per dare all’immagine la forma desiderata.

Trovo importante anche questo: osservare, sviluppare un interesse, produrre qualcosa. La fotografia richiede uno sguardo personale, così come pilotare e partecipare a un rally richiede un coinvolgimento diretto. Sono passioni che riconduco volentieri alla figura del gentiluomo perché uniscono curiosità, competenza, indipendenza e voglia di avventura. Coltivarle seriamente dà sostanza a una persona e, di conseguenza, anche al suo stile.
È per queste ragioni che ho scelto Ferdinando Maria Brachetti Peretti. Apprezzo i suoi abiti, i revers ampi, le proporzioni e la sobrietà degli abbinamenti. Ma ciò che mi interessa maggiormente è la classe che percepisco nel modo di vivere, la sua presenza e gli interessi che coltiva. Il guardaroba contribuisce a comunicarla; l’eleganza, a mio parere, nasce dalla persona che lo indossa.


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